La donna che si chiedeva sempre cosa avesse sbagliato.

Il giorno dopo, al lavoro, una collega le disse:
“Oggi sei silenziosa. È successo qualcosa?”
“No, figurati. Tutto bene.”
Non era vero. Aveva una giornata difficile, ma non voleva sembrare pesante.
La collega tornò al suo lavoro.
Lei rimase lì, a chiedersi se avesse risposto in modo scortese.
Anche stavolta, invece di chiedersi come stava, si preoccupò di come era sembrata.

Quella sera, al telefono con sua sorella, raccontò di aver ricevuto una critica.
“Mi ha detto che avrei potuto fare meglio.”
“Ma tu hai fatto del tuo meglio”
“Credo di sì.”
“E allora?”
“Non lo so. Forse il mio meglio non è abbastanza.”
Sua sorella rimase in silenzio per qualche secondo.
“Ti rendi conto che non ti concedi mai di essere semplicemente una persona che sta imparando”

Lei non rispose subito.
Perché quella frase le ricordò tutte le volte in cui aveva minimizzato un complimento.
“Sei stata bravissima!”
“Ma no, è stato facile.”
“Hai fatto un bel lavoro.”
“Potevo fare di meglio.”
“Sei una bella persona.”
“Non mi conosci abbastanza.”
Si accorse che sapeva trovare una spiegazione per ogni complimento, ma mai una ragione per credere davvero in se stessa.

“Sai qual è la cosa che mi fa più male?” disse a sua sorella.
“Cosa?”
“Che anche quando faccio qualcosa di bello, non riesco a esserne felice. Penso subito a quello che avrei potuto fare meglio.”
“E se lo facesse un’altra persona?”
“Le direi che è stata brava.”
“E perché con te non riesci a essere altrettanto gentile?”
Lei abbassò lo sguardo.
Non aveva mai pensato che anche il modo in cui parlava a se stessa potesse farle così tanto male.

Qualche giorno dopo, si impegnò molto per organizzare una cena di famiglia.
Scelse il menu, preparò tutto e cercò di far stare bene ogni persona.
Alla fine, una parente disse soltanto:
“La prossima volta potresti fare qualcosa di diverso.”
Lei sorrise.
“Certo, nessun problema.”
Ma mentre sparecchiava, sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
Non era soltanto quella frase.
Era la stanchezza di impegnarsi sempre tanto, sperando che qualcuno, finalmente, le dicesse che andava bene così.

Più tardi, sua sorella la raggiunse in cucina.
“Ti ha ferita quello che ha detto?”
“Un po’. Ma forse sono io che me la prendo troppo.”
“Perché devi sempre trovare qualcosa che non va in te?”
Lei si fermò.
“Perché ho paura che, se non faccio tutto bene, le persone smettano di volermi bene.”
Dirlo ad alta voce le fece uno strano effetto.
Era una paura che aveva sempre avuto, ma che non aveva mai avuto il coraggio di guardare davvero.

“Non devi convincermi di valere qualcosa”, le disse sua sorella.
“Lo so.”
“No. Credo che tu lo sappia con la testa. Ma non riesci ancora a trattarti come se fosse vero.”
Lei si sedette.
Pensò a tutte le volte in cui aveva chiesto scusa per aver espresso un’opinione, cambiato idea per non deludere qualcuno, rinunciato a qualcosa perché temeva di non esserne capace.
E si chiese da quanto tempo stesse cercando di meritarsi di essere se stessa.

La mattina seguente, una collega le fece un complimento per un lavoro che aveva terminato.
“Hai fatto davvero un bel lavoro.”
La risposta le venne spontanea:
“Ma no, potevo fare…”
Si fermò.
Per un istante, ebbe voglia di ridimensionare tutto, come faceva sempre.
Poi sorrise.
“Grazie. Ci ho lavorato tanto.”
Era soltanto una frase.
Ma, per una volta, non aveva sentito il bisogno di dimostrare che quel complimento non fosse meritato.

Quella sera, prima di dormire, ripensò alla sua giornata.
Non era stata perfetta. Aveva avuto dubbi, si era sentita ferita, aveva cercato approvazione.
Ma aveva anche fatto una cosa nuova: aveva smesso, almeno per un momento, di essere la persona più severa con se stessa.
E capì che forse non doveva imparare a piacere di più agli altri.
Doveva imparare a non sentirsi sbagliata ogni volta che non riusciva a piacere a tutti.

Perché non tutte le volte che qualcuno non ti sceglie, ti critica o non ti capisce significa che tu vali meno.
A volte, la persona da cui abbiamo più bisogno di sentirci accettate siamo proprio noi.

AmatiSempre.

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